Marco Ferrari
Sulle orme di un'avventura internazionale

La leggenda del Boca

Centoventi anni di storia, la memoria di un quartiere di Buenos Aires popolato di italiani, l'epica del calcio: tutto questo è il Boca Juniors. Che oggi si festeggia

Nell’aria si annusava un forte odore di fainà, diffuso delle spire del vento e trasportato dai cirri di fumo. Il dondolio delle navi formava un rumore costante di sbattere di alberi, drizze, scotte e moschettoni. Gli ambulanti di frutta e verdura gridavano i prezzi di giornata. Su una parrilla improvvisata un operaio stava preparando un asado per un gruppo di edili con la faccia intrisa di calce. Uno strillone vendeva giornali in lingua italiana. I carbunin dal volto segnato da strisce nere si pulivano le mani sui loro pantaloni stinti di color indaco, che un giorno avrebbero assunto il nome di blue-jeans, da bleu de Gênes. I ragazzi attendevano che transitasse il tranvai e quindi riprendevano a giocare a calcio, una sfera di cuoio bozzuta, sgonfia e con i lacci molli. Appena la palla si allontanava dall’improvvisato terreno di gioco, segnato da pietre rubate ai cantieri, quei giovanotti correvano dietro bande rivali che fuggivano con l’agognata preda. Ci volevano ore e lunghe trattative, talvolta, per tornarne in possesso.

La sera, quando anche i traghettatori del Riachuelo, smettevano di fare la spola tra le due rive di quell’infimo fiumiciattolo, scolo di tutti i rifiuti della Boca di Buenos Aires, i ragazzi tornavano nelle loro case basse, a un piano, prive di luce e servizi igienici, con un rivolo davanti alla porta dove scorrevano le fogne. Ogni tanto, nelle domeniche di festa, dopo messa, ringraziata la Madonna della Guardia, in qualche slargo polveroso diversi gruppi organizzati praticavano quello strano gioco introdotto dai marinai inglesi locos. Quelle prime formazioni di monelli di strada si chiamavano Defensores de la Boca, Santa Rosa, la Rosales, nel nome di una corvetta naufragata. Il River Plate nacque il 25 maggio 1901, proprio nel quartiere della Boca, dalla fusione del Santa Rosa e de La Rosales.

Un giorno un altro gruppo di ragazzi si riunì per decidere che anche loro avrebbero avuto una squadra, una maglia, un campo, dei supporter. Erano Esteban Baglietto; Alfredo Scarpatti; Santiago Pedro Sana e i fratelli Juan e Teodoro Farenga ai quali si aggiunse subito dopo Tomás Movio e quindi Amedeo Gelsi, nominato vice presidente. Il più anziano, si far per dire, era Juan Farenga, ventunenne. I loro genitori non erano neppure quarantenni, a parte il padre Alfredo Scarpatti che di anni ne teneva 44. L’unica nata in Argentina era Emilia Guarello, mamma di Scarpatti. Tutti i padri erano nati in Italia, quattro in Liguria, uno in Basilicata. Il padre di Gelsi era fiorentino, la madre Teresa Navarino era nata a Buenos Aires.

Inizialmente come punto d’incontro fu scelta la casa di Baglietto, al numero 1232 di Ministro Brin. La strada era stata intitolata a Benedetto Brin (1833-1898), al momento della sua scomparsa, per rammentare una figura fondamentale per la Marina Militare italiana, ministro, ingegnere navale, costruttore dell’Arsenale militare della Spezia, ideatore di 141 navi, che aveva facilitato l’acquisto da parte dell’Argentina, impegnata nel conflitto col Cile, delle navi da guerra San Martín, Belgrano e Garibaldi. Ma siccome in quelle strambe riunione le urla e gli spintoni prevalevano sui discorsi, il signor Baglietto li cacciò fuori da quelle modeste quattro mura. Allora la prima sede della nuova società sportiva divenne una panchina di Plaza Solís dove il club del Boca fu fondato ufficialmente il 3 aprile 1905. Tutti decisero che l’appellativo sarebbe stato xeneises per il semplice fatto che quello della Boca era un barrio quasi esclusivamente ligure. Accettarono a malincuore anche i fratelli Farenga, originari di Muro Lucano. Il loro nonno, Francisco Pablo Farenga, che era emigrato nel 1860 a Buenos Aires a 22 anni, costruì le prime porte di legno del campo di calcio nel quale si sarebbero allenati, nei fine settimana. Per dare un tocco inglese Santiago Sana propose di aggiungere la parola Juniors, incoraggiati dal professore di ginnastica Patty McCarthy, che era il suo insegnante, oltre che di Baglietto e Scarpatti alla Escuela Superior de Comercio in Calle Bartolomé Mitre 1364.Altri consigliarono la denominazione Club Atletico, tanto per sentirsi importanti.  Non lo sapevano, ma quegli adolescenti stavano dando vita al club più titolato nella storia del pallone, il Boca Juniors che ora compie 120 di storia.

Il primo vero presidente della panchina di Plaza Solís fu Esteban Baglietto, ma quando si fece sul serio lo scettro passò a Luis Cerezo poiché il ragazzo ligure era minorenne. La prima casacca fu rosa, usata per una partita rionale; quindi la sorella dei Farenga riuscì a rammendare su una maglia bianca delle sottili strisce di tela nera che spesso si sfilacciavano, tirate via dalle unghie degli avversari. Allora si optò per una semplice maglietta celeste. Poi per alcune partite si tornò alla maglia bianca, questa volta con righe blu. Il club giocò la sua prima gara il 21 aprile del 1905, contro il Club Mariano Moreno, vincendo 4-0 con questa formazione: Esteban Baglietto, José María Farenga, Santiago Sana, Vicente Oñate, Guillermo Tyler, Luis De Harenne, Alfredo Scarpatti, Pedro Moltedo, Amadeo Gelsi, Alberto Tallent e Juan Antonio Farenga. Proprio Juan Farenga, il capitano, fece una doppietta, le altre reti le segnarono José Farenga e Santiago Sana. Baglietto era portiere, fondatore e presidente. Da quell’anno i giovani del Boca si iscrissero alla Liga de Villa Lobos, l’anno dopo alla Liga Central, vincendo alla fine il titolo. Nel 1907 alla Albion League partecipando anche al torneo organizzato dall’Associazione Porteña, in cui giocò l’Universal di Montevideo. Contro gli uruguaiani, l’ 8 dicembre del 1907, perdendo 0-1, i xeneises giocarono quella che viene considerata la prima partita internazionale.

Un giorno del 1907, dovendo scontrarsi con l’Almagro, che sfoggiava una divisa degli stessi colori, i ragazzi del Boca si misero in giro nel barrio genovese a cercare una casacca giusta. Anche in questo caso i giocatori non giunsero ad una scelta condivisa. Allora Juan Rafael Brichetto, addetto al ponte sul Riachuelo, incaricato di far entrare i vapori in darsena, il quale l’anno prima era stato presidente e che lo sarà di nuovo nel periodo 1910-13, decise che avrebbero giocato con i colori della prima bandiera di nave che avrebbe attraccato al porto. Si misero con la punta del naso a guardare la fumosa aria calda del rio sperando che giungesse un tricolore ma, invece, non si presentò alcuna nave. Il giorno seguente, Brichetto dall’alto del ponte del Riachiulo, segnalò agli amici che stava arrivando una nave sbuffante, contenta di giungere a destinazione dopo la lunga traversata atlantica: era un cargo svedese con il vessillo azzurro e la croce gialla. Andarono in campo con quei colori. La banda gialla era una riga diagonale che scendeva da sinistra a destra. Poi nel 1913 si optò per una riga orizzontale nel mezzo della divisa e così restò per sempre.

Dopo le partite, i giocatori e i tifosi si accalcavano nelle bettole della fugazza e della fainà dove si vendeva il giornale “O balilla” in genovese e si incontravano gli uomini delle Confraternite dedicate alla Madonne delle pievi liguri.

Tra un bicchiere e l’altro qualcuno rammentava un’immagine di Boccadasse, una barca, una nave, la Lanterna di Genova, la focaccia di Recco e le acciughe di Monterosso. Il mondo sembrava sfilarsi e diventare una trama di rotte senza ritorno. Allora tutti brindavano alla quadra dei xeneises sentendosi d’improvviso in nessun luogo, in quel limbo di sensazioni che rinuncia al rimpianto e fa guardare avanti.

Orgogliosi, burberi e brontoloni, i boquenses si sono sempre sentiti diversi, chiusi nelle loro particolarità tutta ligure. Dopo vari tentativi secessionistici, nel 1882 decisero di auto proclamarsi República Independiente de La Boca. Su 35 mila abitanti, gli spagnoli erano solamente duemila. Il resto era fatto da gente che non aveva mai visto una pianura, era nata e cresciuta tra le onde, annusava la direzione del vento, conosceva il corso delle nuvole, cavalcava le onde alla ricerca di una rivoluzione da combattere. Dal 1860, infatti, la Boca divenne la meta dell’emigrazione politica peninsulare scontenta del risultato ottenuto dal Risorgimento italiano. Tra loro garibaldini e carbonari, innervati da spirito internazionalista, esponenti di società segrete e logge, repubblicani e rivoluzionari esiliati. La loro voce era il giornale “El Ancla”, autoproclamato primo periodico della Bocca e di Barracas, apparso dal 1875. I ragazzi erano intrisi di nostalgia per l’Italia perduta: Crescevano imparando tre parole: patria, libertà e indipendenza. E anche se vivevano con un piede sulla terraferma ed un piede su una nave, molti di loro intuivano che non avrebbero più fatto ritorno in quell’arco di montagne affacciato sul mar Mediterraneo.

Così sul Riachuelo issarono la nuova bandiera albiceleste con lo scudo dei Savoia al centro e un fregio di stampo repubblicano, si misero a battere moneta, dichiararono il ligure lingua ufficiale e firmarono un atto che inviarono al re d’Italia Umberto I con la prima nave che salpò dal molo chiedendo il riconoscimento internazionale.

Quando al generale Julio Argentino Roca, presidente della Repubblica, che aveva sterminato gli indios della Patagonia, gli dissero che i xeneises della Boca avevano avviato una azione secessionista a pochi passi dalla sua residenza, pensò che fosse una pittoresca ribellione dovuta all’alto consumo di alcool. Invece in poche ore, grattandosi il folto pinzetto che puzzava di sangue mapuche, in segno di perplessità, si rese conto che quelli della Boca facevano sul serio. <<Vogliono fare come a San Marino>> proclamò un segretario di Roca di origine romagnola. I promotori si chiamavano Vernengo, Cafferata, Blanco, Ungaro, Invierno, Castañera e Perazzo. Fu lo stesso Roca a recarsi in carrozza alla Boca per contrattare la resa o meglio l’accordo. Fu tale in convincimento che il giorno seguente i boquenses genovesi battezzarono col il nome di Presidente una delle calle principali della zona.

Forse non è un caso che il Boca e il River, i due club più importanti del Sud America, nacquero in questo quartiere ligure e sino al 1922 si contesero il dominio del sud-este porteño. Con un po’ di superiorità, il River portò via dal Caminito la sua storia, la fama di ricchezza – li chiamano i millionarios – e i suoi colori storici, il bianco e il rosso dello stemma genovese, anche se l’origine è inglese. Il suo primo campo sconnesso e irregolare era infatti un lotto della fabbrica di carbone Wilson e la sede delle riunioni domenicali dei primi pionieri del pallone era l’abitazione di mister Jacobs, vice-direttore della società. Il nome lo inventò un certo Pedro Martínez durante la costruzione del Duque 3 della Boca vedendo un ragazzo giocare al pallone, in un momento di libertà, su un gigantesco pontone galleggiante su cui figurava quella scritta, “The River Plate”. Al momento della fondazione altri giocatori propendevano per soluzioni diverse: Bernardino Messina propose Juventud Boquense, Carlos Antelo desiderava conservare il nome La Rosales, ma alla fine passò la proposta di Martinez.

Quando il genovese Antonio Vespucio Liberti, di famiglia mazziniana, promostrice dei Bomberos de la Boca (un corpo di pompieri volontari), al quale è ora intitolato lo stadio Monumental, si trovò sullo scranno più alto del club, comprò un terreno di 84 mila metri quadrati, vicino al Rio de la Plata, in una zona paludosa, il limite dei quartieri di Nuñez e Belgrano, pagandolo 570 mila pesos.  Il 25 maggio 1935 fu posta la prima pietra dello stadio; tre anni dopo, il 25 maggio 1938, l’impianto fu inaugurato ufficialmente con una vittoria sull Penarol di Montevideo. La capienza originaria dello stadio era di 68.000 posti. Nell’occasione si festeggiò anche il 37º anniversario della fondazione del River.

Nonostante il River non sia più una squadra del barrio genovese, la sfida con il Boca è un appuntamento epico per il calcio mondiale, dal 1908 quando i xeneises vinsero il primo derby 2-1 sino ad oggi. E quando quello scontro va in scena, al Monumental o alla Bombonera, è come se due fratelli si incontrassero dopo tanti anni di separazione, mischiando odio e amore.Boca

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