Giuseppe Grattacaso
A proposito de "Le isole di fronte”

La parola è un fremito

La nuova raccolta poetica di Andrea Orlandi descrive mondi e sentimenti con un tono tenue e malinconico, sempre gentile nei confronti delle cose e delle vicende rappresentate

La poesia di Andrea Orlandi posa uno sguardo a un tempo vigile e incantato sul mondo e sui suoi straordinari accadimenti. E il mondo presenta meraviglie che spesso vanno cercate e scovate con gli strumenti raffinati dell’emozione e tradotte in parole. Si tratta a volte di prodigi che si manifestano nel corso ordinario degli eventi, oppure sono il frutto sorprendente di movimenti sconnessi, dei quali vorremmo comprendere regole e ragione, che inevitabilmente però sfuggono alla nostra indagine raziocinante. Sono movenze e oscillazioni che ammiriamo stupefatti e increduli. Come avviene per il volo degli storni, protagonisti della prima e dell’ultima poesia di Le isole di fronte. Le frotte di storni che viaggiano “a larghe ondate / in lunga acrobazia”, sembrano mosse solo da un impeto irrazionale, dal desiderio di stupire, o dover svelare chissà quale segreto, e la poesia si domanda il perché di quel movimento che ci appare frutto di una coreografia impazzita e affascinante, di una convulsa, ma in qualche modo regolata orchestrazione: “Esiste un punto debole del cielo, / dove si vola giorni per restare, / dove si può inscenare uno spettacolo”.

Le isole di fronte (Il simbolo, € 15) è il secondo libro di Orlandi, che fa seguito, a distanza di dieci anni, all’esordio in volume rappresentato da L’allegria veloce. Orlandi è ingegnere, come lo era del resto Leonardo Sinisgalli, e forse la sua formazione e il lavoro quotidiano, così all’apparenza lontani dalla letteratura, almeno in questo nostro Paese che ancora troppo distingue tra cultura umanistica e scientifica, gli permettono di guardare lo scorrere degli eventi in maniera meno consueta, ancora di provare sorpresa e stordimento. Allo stesso tempo rappresentano i congegni inusuali con cui cercare spiegazioni, o meglio porsi domande che non hanno la velleità di ricevere risposte, di fronte alle tante incongruenze e inaspettate connessioni che giorno dopo giorno contribuiscono a comporre la nostra esistenza. La poesia, è questo uno dei suoi compiti, nomina e distingue, o almeno cerca di farlo pur sapendo che “questa lunga fatica” in fondo non porta da nessuna parte, se non al tentativo di elencare, appunto, quello che tutti vedono, e dunque conduce a stupirsi di tanta varietà e a cercare di mettere ordine, scoprendo però che i confini tra le cose non sono mai esatti, che sono ogni volta destinati a mescolare quello che dovrebbero dividere e contenere: “Straripa la bordura che delimita / un’aiuola perfetta dalla prossima, / esatta anch’essa eppure senza fiori, / e sembra che qualcosa si confini / e possa anche rispondere ad un nome. / E ancora il noce, ancora il maggiociondolo, il tronco della quercia avvolto d’edera, / i rami dei cipressi più in disordine, / i toni di lavande che sfioriscono, / e, più nascosti, i nidi degli uccelli; / mentre lo sguardo arriva oltre le siepi / e coglie intero un unico giardino, raccolto dentro muri di confine”.

Le isole, a cui fa riferimento il titolo del volume, sono poste “di fronte”, quindi a distanza da chi le osserva, e possono essere raggiunte solo con lo sguardo. Sono staccate dalla terraferma, ma anche come a mezz’aria sul mare, in una loro astratta, forse irrisolta, dimensione. Le troviamo nel verso che chiude una poesia che ha per soggetto Venezia “tutta sospesa sopra i pali immersi”. Sospesa in fondo è la condizione della realtà, che la poesia di Orlandi cerca di cogliere e di rappresentare, così come appare agli occhi del poeta sospesa la città lagunare: “sospesi i ponti bassi sulle barche, / sospesi i suoi palazzi e le sue bifore, / i passi degli amati e degli amanti, / il loro stretto tempo dell’amore, / le luci tenui e le isole di fronte”.

Come bene suggerisce Elio Pecora nella Prefazione, Orlandi “dice di emozioni disciolte da una segretezza remota: dice di percezioni che hanno l’inquietudine e la leggerezza del sogno”.  E il sogno, si sa, mescola e confonde, cancella i confini, dirama e condensa. Le poesie di Le isole di fronte, in un loro ritmo poggiato sull’endecasillabo, con un tono tenue e malinconico, sempre gentile nei confronti delle cose e delle vicende rappresentate, ci dice anche di questioni d’amore, di dolcezze e fremiti affettivi, degli incontri che a volte sono solo momenti fugaci, destinati a non ripetersi: “Correvi per il centro in bicicletta / accanto a me, d’un tratto precedendomi, / così ti rincorrevo superandoti / e ti aspettavo, andavo via cercandoti. / Ero felice o stavi per sparire”.


La fotografia accanto al titolo è di Giuseppe Grattacaso.

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