Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Il giardino di Mahin

La giornata particolare di Mahin e Faramarz a Teheran rappresenta il cuore de "Il mio giardino persiano", un film da non perdere di Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha

«Stamattina non volevo andare a lavorare. Perché salire sul mio taxi? Non succede mai niente. Ma così non ti avrei incontrata e non avrei vissuto la più bella serata della mia vita», le dice lui sorridendo. «E io potevo scegliere di entrare in un altro ristorante e non ti avrei mai visto», sussurra lei guardandolo negli occhi. È possibile lasciarsi meravigliare ancora una volta dalla vita, quando tutto sembra ormai deciso e prossimo alla fine? Quando non ci si ricorda più com’è l’amore, quanto tempo è passato dall’ultima volta che si è visto un corpo nudo o quando abbiamo ballato fino all’ultimo respiro?

Ci sono film che raccontano (apparentemente) storie piccole e sembrano destinati (sempre apparentemente) a passare nelle sale senza lasciare traccia. Il mio giardino persiano (“La mia torta preferita” recita il titolo originale iraniano), il film scritto e diretto da Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha, appartiene a questa categoria. È la storia semplice di un incontro che arriva inaspettato a spezzare i giorni sempre uguali di due settantenni, lei vedova lui divorziato, entrambi soli. Presentato in concorso alla Berlinale 2024, è una poesia di parole e di sguardi che merita di essere cercata e vista.

Lei si sveglia a mezzogiorno perché la notte non riesce a dormire, un tè e una sigaretta per colazione con lo sguardo perso nel vuoto. Una volta l’anno la cena con le amiche di una vita che abitano troppo lontane e perciò si incontrano solo per il suo compleanno. Tutte le sere le videochiamate con la figlia che abita da vent’anni all’estero, per vedere i nipotini e avere per qualche minuto l’illusione di essere ancora vicine. Un grande appartamento vuoto e un giardino rigoglioso nascosto da alte mura che è diventato l’unico piacere di un’esistenza fatta solo di ricordi. Questa è la vita di Mahin, infermiera per trent’anni nell’ospedale di Teheran, il marito morto prematuramente in un incidente, due figli probabilmente fuggiti dal regime degli ayatollah e da anni all’estero che lei non può raggiungere perché non si danno i visti agli anziani.

Nei giorni tutti uguali di questa vita in cui non ci si attende più niente, Teheran è uno sfondo lontano e lontane sono le sue piazze affollate di gente che grida “Donna Vita Libertà”. Ma anche in questa pellicola così diversa dal magnifico Il seme del fico sacro, la contemporaneità si insinua inesorabile, basta una sola scena: Mahin passeggia nel parco, un furgone della polizia morale piomba su un gruppetto di ragazze e le trascina via solo perché spunta un ciuffo di capelli fuori dall’hijab, con l’incoscienza dell’età Mahin affronta gli agenti e riesce ad evitare l’arresto di una di loro. La ragazza è incredula, la donna le parla con l’affetto di una nonna: «Trova il coraggio di opporti, se non fai niente ti metteranno i piedi in testa».

La storia di Mahin avviene in un giorno e una notte: entra nel ristorante che accetta i buoni pasto destinati ai veterani che hanno combattuto nell’esercito nei giorni lontani della rivoluzione e per caso ascolta un tassista che racconta agli amici la sua solitudine. Anche lei è sola da troppi anni e decide di attenderlo alla fine del turno per parlargli, per passare qualche ora insieme con quello sconosciuto che le è così familiare, perché in lui lei rivede se stessa. L’incontro con Faramarz cambierà il destino di entrambi. Altro non dico per non togliere la sorpresa di quanto avverrà in quella notte tiepida, dopo un temporale violento, nel giardino nascosto allo sguardo indagatore dei vicini di casa.

Il mio giardino persiano è un film sobrio di inquadrature e a luce naturale, con dialoghi essenziali e senza colonna sonora. Ma ha un’anima che resta dentro lo spettatore come la storia che racconta, un incontro come tanti eppure assolutamente unico. Com’è la vita in qualsiasi contesto avvenga, fatta di gesti che si ripetono come quelli di Hirayama a Tokyo nei suoi “giorni perfetti”, perché sempre perfetti sono i giorni che accolgono ciò che arriva attimo per attimo, col sentimento che non dimentica di specchiarci negli occhi di un altro. Mahin non è bella, il suo corpo è appesantito dagli anni, cammina faticosamente trascinando il trolley con la spesa, eppure si mette un trucco leggero per esaltare i suoi occhi, indossa gli abiti eleganti che sua figlia le manda dall’estero e trova il coraggio di fare il primo passo verso quell’uomo che può sottrarla alla solitudine. Faramarz è abbagliato dalla sua gentilezza e inebriato dal suo vino, sembra più vecchio di lei anche se hanno la stessa età, ma per lei ballerà come un ragazzo innamorato ed è per riuscire ad amarla che metterà in gioco la sua vita.

Non serve dire altro se non incontrarli in questo film, nei momenti brevi di felicità che il destino ha in serbo per loro e anche per noi che li guardiamo in quel giardino persiano.

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