Daniela Matronola
A proposito di “A Parigi con Serge Gainsbourg”

Conturbante Parigi

Flavia Capitani ha scritto una speciale guida di Parigi concentrata sui luoghi (mitici) di Serge Gainsbourg e Jane Birkin. Una rivoluzione dei sensi

Restiamo a Parigi, nel VII arrondissement, a Saint Germain des Prés, tra le stradine che serpeggiano fra Rue du Bac e il Musée d’Orsay (che in altri tempi è stato una stazione: a ricordarcelo, più che l’ampiezza degli spazi, è rimasto un enorme orologio che ora sorveglia immobile il Cafè de la Gare dove i visitatori si accalcano per rifocillarsi). Siamo in pieno Carré des Antiquaires (il quadrilatero degli antiquari), e la nostra bussola è una strada in particolare, Rue de Verneuil, precisamente il 5bis, che Marie David, documentarista della tv francese, in un suo mémoir biografico edito da PLON, definisce indirizzo dell’eros. Lo sanno in molti ma lo ripetiamo per parlare di una guida di Parigi speciale che è il vero oggetto di questo articolo: al 5bis di Rue de Verneuil, dal 1967 al 1991 ha abitato, regnandovi come una famiglia reale contemporanea (ce lo ricorda giustamente anche Flavia Capitani, giornalista, autrice della guida di Parigi in questione), la coppia (con figlie) più sensuale che si sia mai vista: Serge Gainsbourg e Jane Birkin.

Veniamo dunque al libro: è il numero 68 della fortunata serie di guide letterarie e artistiche di città europee ed extraeuropee, “Passaggi di Dogana”, ideata dall’editore Giulio Perrone, collana fortunatissima, di ottima grana letteraria, i cui capitoli ruotano attorno a figure di scrittori musicisti cineasti artisti che sono già nei nostri cuori e che, grazie a questi volumetti svelti e sapienti, si muovono sotto i nostri occhi, evocati da chi forse ne ha avuto il culto da sempre e finalmente può accompagnarsi a loro in perlustrazioni piene di aneddoti e dettagli che danno sale e gusto anche a chi legge mettendolo con naturalezza sulle tracce di un proprio mito, senza però cascami da idolatria, o, come piace dire a me, di mitolatria.

La guida in questione è A Parigi con Serge Gainsbourg. Sulle strade della rivoluzione con Jane Birkin (di Flavia Capitani, appunto, Giulio Perrone Editore, 90 pagine, 16 Euro).

Uno dei punti forti del libro è il fatto che l’autrice, conoscitrice di prima mano del vasto quadrante sul quale i due protagonisti si muovono, mette in campo appunto entrambe le icone, tutte e due le metà di una coppia sensazionale che, come ci dice la Capitani, hanno messo in scena la propria vita privata. Perché erano due divi. Con naturalezza e anche qualche timidezza, qualche nota di inaspettata riservatezza, vivevano la propria misura divistica pubblicamente, abitavano i rotocalchi e anche i bollettini musicali o cinematografici non in modo costruito, posticcio, sensazionalistico, ma come se naturaliter fosse quella la loro vera casa. Erano persone pubbliche dannatamente private. Ed erano anche due soggetti simbolistici, maudits nella maniera più squisita immaginabile – non a caso Serge Gainsbourg amava Chopin ma anche Rimbaud, Gainsbourg che era musicista controvoglia: per molto tempo cercò d’essere un pittore, e solo in modo riluttante accettò la verità su di sé, d’essere un musicista e compositore, addestrato opportunamente da suo padre, Joseph Ginsburg, pianista di locali alla moda di Parigi con la formazione del conservatorio di Mosca, sfuggito alla Russia sovietizzata con la giovane moglie, Olga Besman, melodiosa mezzosoprano, approdati nel 1921 a Parigi dopo giri tortuosi.

Uno dei punti forti del libro è anche la capacità dell’autrice di farci ben percepire che i due componenti la coppia d’oro di Parigi tra gli anni Sessanta e per tutti i Settanta erano entrambi personaggi seguiti dal pubblico e riconosciuti come contributori irrinunciabili di una rivoluzione nel costume che ha anche segnato la scena culturale. Una par condicio, per così dire, preziosamente messa in evidenza, con, spesso, il peso della bilancia più sul piatto destinato a Jane Birkin che sul piatto su cui elegante e sgraziato stava appollaiato il caro Serge.

Ma chi erano questi due?

Jane Birkin era un’attrice, sbarcata a Parigi a ventidue anni, in fuga da Londra, accompagnata da suo fratello, Andrew, fotografo, suo angelo custode, armata solo di una fresca maternità (la piccola Kate, figlia del primo marito, il maturo John Barry, compositore di memorabili colonne sonore, tra cui anche la formidabile sigla dei telefilm The persuaders, con Tony Curtis e Roger Moore) e di un cestino di paglia che in breve divenne “la borsetta da donna” alla moda: Jane fu chiamata da Michelangelo Antonioni per Blow-Up (la ragazza bionda), conobbe Serge sul set di Slogan di Pierre Grimblat, snobbata dal “nostro” all’inizio, anzi derisa e maltrattata per poi essere acquisita come insopprimibile metà, tanto da scatenare una tormentosa gelosia quando Jacques Deray la vuole nel cast di La Piscine per un quartetto che fa invidia alle goethiane Affinità Elettive e include Romy Schneider, Maurice Ronet, ma soprattutto il temibile Alain Delon – Marie David, nel suo mémoir biografico tutto tessuto attorno al famoso indirizzo parigino, 5bis rue de Verneuil, lo racconta: tutta la neo-formata famigliola, Gainsbourg-Birkin, con la benedizione degli affettuosi genitori di Serge (nato Lucien), si trasferisce sulla Costa Azzurra dove il film verrà girato, e Serge (nato Lucien e, ci dice Flavia Capitani, solo per il primo disco del 1958 battezzato Julien Gris), timido e insicuro, insoddisfatto del proprio aspetto, delle sue grandi orecchie, del suo naso camuso, dei suoi occhi sporgenti, dei suoi capelli a mazzetti, soffre terribilmente il confronto col bello per eccellenza, Alain Delon, il quale è molto sicuro di sé, consapevole del proprio fascino, sempre a bordo di una decappottabile con cui riaccompagna spesso in albergo l’eterea Jane Birkin per restituirla alla dimensione familiare, Delon col suo sguardo malandrino e malinconico, molto francese e suo malgrado molto italiano. Jane, ci ricorda Flavia Capitani, spesso fu molto più al centro dell’attenzione e della fama di Serge Gainsbourg che spesso, per essere, come usa dire, un musicista poeta cineasta chansonnier troppo avanti, da un lato diventava sempre più un mito al di sopra di tutti gli altri e sempre più un inaspettato idolo dei più giovani, dall’altro non riceveva i giusti riconoscimenti, né si vedeva riservata la giusta accoglienza.

Appunto, chi era Serge Gainsbourg? Intanto aveva diciotto anni più di Jane, era un uomo maturo quando i due si scontrarono per poi tortuosamente riconoscersi e intrecciarsi indissolubilmente: il 69 non fu solo l’anno d’oro della loro epopea, era com’è noto anche il numero simbolo della loro carica erotica di coppia. Serge (ci dice Marie David nel suo mémoir biografico legato al 5bis in rue de Verneuil) era nato Lucien, un tipico nome da coiffeur, e invece aveva doti innegabili d’artista. Voleva essere pittore e quando capitò, fortunosamente, grazie alla sua seconda moglie, Béatrice Pancrazzi Galitzine, nella casa-tempio di Salvador Dalì in rue de l’Université, dopotutto a due passi da dove poi avrebbe eletto il suo famosissimo domicilio, non fu solo catturato dalle opere del grande surrealista sparse per l’appartamento quasi con nonchalance (un tipico atteggiamento dei parigini, ci avverte Flavia Capitani nel suo Passaggio di Dogana, perfettamente acquisito dal grande  artista spagnolo), ma restò folgorato dal nero alle pareti, un elemento anticromatico che Gainsbourg avrebbe riproposto nel suo hôtel particulier in rue de Vernueil – non solo in omaggio a Dalì (come pure a ragione ci fa notare Flavia Capitani in questa sua guida parigina) ma anche per dare conto della sua morte nell’anima seguita nei fatti alla fine della relazione con BB (Brigitte Bardot) nata per esigenze artistiche: Gainsbourg fu ingaggiato per scrivere per lei tutti i pezzi del programma televisivo con cui BB avrebbe aperto l’anno 1968, anno altrimenti rilevante, però, e Flavia Capitani ce lo ricorda e sottolinea, diventato subito un eros incandescente e totalizzante, un assedio sensuale radicato nell’intesa artistica che ne fu il cemento armato. Senonché BB, per cui Serge scrive la spiazzante Je t’aime … Moi non plus (Ti amo … Neanch’io), è anche già sposata, con Gunther Sachs, playboy protagonista delle cronache rosa, il quale parte da Sankt Moritz per andare a Parigi a riprendersela.

Chi era Serge Gainsbourg? Era uno chansonnier che aveva talmente in odio gli chansonniers della propria epoca (Brel, Brassens, Moustaki – melensi, per i suoi gusti, se pensiamo a Brel in lacrime mentre canta Ne me quitte pas) che si inventò un modo di fare canzone costellato di tangenze forti, volute, evidenti, innegabili col teatro e ancor più col cinema: dopotutto sono suoi i primi concept album che poi realizzò, tutti, inclusa la versione finalmente pubblicata della impubblicabile Je t’aime … Moi non plus (Ti amo … Neanch’io), con la sua metà naturale, Jane Birkin, con cui ha formato una famiglia paradossalmente confortevole, per lui che era un animale notturno, ma soprattutto una coppia artistica e intellettuale inossidabile.

Chi era Serge Gainsbourg? Flavia Capitani, in questa magnifica guida che coinvolge anche il tessuto linguistico francese, parigino!, con tutte le sue sottigliezze per il ritratto di un uomo che giocava col linguaggio sempre, tra iperbole e arguzia, paradosso e ironia spiazzante, quasi in preda sempre a un sentimento del contrario, ci fa riflettere sulle sue inclinazioni sovversive scomodamente coniugate a un senso estetico e a una eleganza che si fanno ossessive se pensiamo all’ordine meticoloso che Gainsbourg applicava all’accomodamento degli oggetti curiosi da collezione e all’assetto maniacale secondo cui le sistemava in casa, nella famosa casa al 5bis di rue de Verneuil. Per non dire dell’irriverenza del Gainsbourg poeta nel divertentissimo e un po’ sconcio Gasogramme o autoironico in L’homme à tête de chou (L’uomo dalla testa di cavolo), una scultura, in origine, che l’artista scovò proprio in una bottega d’antiquario nel suo quartiere anzi proprio nella sua strada. Proprio in rue de Verneuil ma al numero 33 abita Juliette Gréco: per lei, che lui va spesso a trovare non solo in quanto vicina di casa, scrive La Javanaise, canzone vertiginosa, come vertiginoso è un pezzo struggente, tra i tanti, Je suis venu te dire que je m’en vais in cui, annota giustamente Flavia Capitani in questa sua guida alla Parigi targata Gainsbourg, l’artista non parla di un addio di carattere sentimentale ma ammette di essere destinato a lasciare questa terra e i suoi cari perché ormai è un alcolista e un tabagista. Quando nel primo pomeriggio lui e Jane si svegliano e si alzano (per poi andare a prendere le bambine a scuola come fossero due genitori normali, due veri genitori, o due comuni genitori borghesi), nel suo primo caffè Serge versa del Pastìs, e non finisce di mettere i piedi a terra fuori dal letto che già ha una Gitane in bocca: a volte due, preso dal terrore che, finita una, non ne abbia tra le labbra subito un’altra, poi non poche volte va a letto con una Gitane in bocca e ci si addormenta pure – strano che non abbia mai causato incendi in casa.

Quando gli ho abitato di fronte era il 1982: ho subito notato che la casa aveva un giardino, un tipico cortile cittadino che ingabbiava un albero di molti piani. Ho saputo dopo che Jane Birkin lo aveva già lasciato, sedotta da Jacques Doillon per cui perse subito la testa, ormai stanca di dover fronteggiare le crisi di aggressività che spesso coglievano Serge rendendolo odioso e in parte pericoloso, più che altro insopportabile. Ecco chi era Serge Gainsbourg: un uomo di intense passioni e furie squassanti, più volte abbandonato per troppa potenza.

Quando ho abitato al 33 di rue de Vernueil era un gennaio gelido e nevoso del 2009, e io varcavo la soglia spesso durante il giorno imboccando un tipico cortile interno su cui confluivano i portoni delle diverse “scale”. Juliette Gréco non c’era già più: c’era una portinaia (ah le portinaie parigine, raccontate da Simenon nei suoi romanzi dedicati al grande capo della polizia di Quai des Orfèvres, il commissario Jules Maigret) – era portoghese, non conosceva il francese e men che meno l’italiano, e non che il portoghese, allo stesso modo dello spagnolo, sia una lingua improvvisabile, una lingua inventabile per comunicare. Salivo al secondo piano e entravo nell’appartamento di proprietà di una nobile fiorentina trovato su un portale al servizio di viaggiatori americani (la mia travel agent mi chiamava per accordi dalla California!): era spazioso, elegante, comodo, pulitissimo (rarità a Parigi), e fu per alcuni giorni una vera casa, che per me del resto fin dall’82 coincide con rue de Verneuil. Ora chi lo desideri può entrare nella casa-tempio di Birkin-Gainsbourg concordando data e ora in anticipo per avere come guida proprio Charlotte Gainsbourg, figlia della coppia d’oro, e partner musicale di suo padre nel pure scomodo Lemon Incest, non certo la realistica rappresentazione dei rapporti tra Serge e sua figlia allora undicenne, ma come sempre una visione d’arte, quasi un’orchestrazione mitica che mette in scena una specie di complesso edipico chiastico e al contrario, come in un’antica e beffarda, scandalosa tragedia greca. Oppure volendo si può esplorare il Musée Gainsbourg al numero 14 di Rue de Verneuil, di fronte un po’ più avanti, sul lato destro se ci si dirige a rue de Lille e al Musée d’Orsay (e poi di mano perché rue de Verneuil è un senso unico da rue des Saint Pères a rue Poitiers). E chissà che nel museo non sia esposto un paio delle famose Repetto, le scarpe rasoterra in pelle bianca con le stringhe, elemento-moda trovato per lo stile di lui proprio dalla Birkin che in fondo fa il paio con la borsa di paglia di Jane.

La vera notizia (nella guida stilata come una narrazione da Flavia Capitani ce ne sono molte, e numerosi aggiornamenti) è che Serge Gainsbourg è un po’ tornato a casa poiché gli è stata intitolata una stazione sul Métro Linea 11: è nel comune di Lilas a Seine-SaintDenis, in quella fascia esterna dove i suoi genitori approdarono quando arrivarono dopo lunghi e rischiosi giri, ebrei ashkenaziti transfughi dalla Russia ormai Sovietica, subito accolti dalla Parigi degli anni Venti che era nota per essere il porto sicuro di tutti i transfughi per qualsivoglia motivo. È un ritorno a casa anche perché il primo album che Gainsbourg pubblicò nel 1958, col suo primo nome d’arte, Julien Grix o Gris invece dell’anagrafico Lucien Ginsburg, conteneva il suo primo pezzo memorabile, Le poinçonneur de Lilas, storia in musica di un Minosse minuto e anonimo, automatico nei suoi gesti da travet: un pezzo quietamente frenetico, storia di uno che vive sottoterra, non vede mai il sole (come Rosso Malpelo) e scopre semmai la luna (come Ciàula).

Tutta la Parigi dei genitori di Serge Gainsbourg, Joseph Ginsburg e Olga (o Olja) Besman, è compresa tra il XIX e il XX, ma lui, Serge, che è andato alla Académie des Beaux Arts in Rue Bonaparte quando ancora credeva che sarebbe stato un pittore (ma, per carità, parole sue, O Courbet o niente!), ha subito cominciato a lambire il VII che è poi diventato il suo quartiere per antonomasia, e, ci racconta incomparabilmente in questa sua guida Flavia Capitani, aveva questo gusto di andare girando per tutti i locali e i negozi e le gallerie, faceva amicizia con tutti, ed è rimasto nel cuore di tutti per essere una persona delicatissima, rispettosa, piena di garbo, un uomo affettuoso pieno di grazia. Entrando in una libreria in una traversa di rue de Verneuil, non molto tempo fa, sempre un po’ sulle sue tracce, attratta anche dai molti segni del suo passaggio, ho chiacchierato col libraio che si è mostrato molto riservato, quasi protettivo verso la sua memoria, anche se negli occhi aveva tutta la tenerezza di un amico che sentiva ancora Serge Gainsbourg molto presente, come se potesse entrare in libreria in quei minuti da un momento all’altro. E poi sono andata a chiedere di lui alle tabaccaie del negozio su rue des Saints Pères dove Serge Gainsbourg faceva regolarmente scorta di Gitanes: due sorelle, anziane, simili alle ziette campagnole in Mulholland Drive di David Lynch, le quali con aria ancora sognante mi hanno detto che era un vrai gentilhomme, guardando avanti, oltre la mia testa, come se lui fosse lì, sul punto di ordinare la sua solita riserva di ossigeno al tabacco, la sua solita presa di fiato.

Per chiudere due parole su rue de Verneuil. Il nome della strada si deve a uno dei figli legittimi di Enrico IV, Henri de Bourbon Duca di Verneuil (dunque risaliamo al secolo diciassettesimo, molto prima della trasformazione haussmanniana della città). Però chi conosce il cinema sa che Henri Verneuil è stato un cineasta armeno nato in Turchia che ha scelto quel nome d’arte per sostituirlo al suo, Ashot Malakian: un altro transfuga orientale, il cui ultimo film, del 1992, è Rue Paradis (Quella strada verso il paradiso), girato e presentato a ridosso del 1991, quando Gainsbourg è morto, sulla soglia dei sessantatré anni, solo nel suo rifugio al 5bis, nella sua tana con le pareti nere, una casa da sempre listata a lutto. Dopotutto, forse forzando un po’, non stona però fare tutto questo giro spazio-temporale e nominale per scorgere e afferrare un filo che lega questa strada al suo ospite più speciale, il quale, a sua volta, partendo dalla musica, ha raccontato l’eros, la ribellione, la trasgressione lasciandole sfociare nel cinema.

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