Every beat of my heart
La genesi di Pozzani
In “Spalancati spazi”, il poeta che ha fatto di Genova una capitale mondiale della poesia compie il sortilegio di raccogliere in modo unitario il lavoro di anni. E il libro si apre con «versi di vera pietà cosmica»: questi che pubblichiamo…
Con questa forte e scavante poesia si apre Spalancati spazi di Claudio Pozzani, un libro che raccoglie e sceglie i versi di un lungo periodo di quello che, presentando in questa rubrica, ho definito il Principe Azzurro della poesia italiana, per la generosità con cui ha fatto di Genova una capitale mondiale della poesia e dei poeti, oltre che per il suo stile umano cavalleresco e gentile. Il libro raccoglie lavoro di anni e necessariamente seleziona, ma non si legge come un’autoantologia, no: suona e parla come opera completa, conclusa, unitaria.
D’altro canto il sortilegio può riuscire a Pozzani, intendo raccogliere selezionando versi scritti in un tempo di anni e ricavarne un libro unitario, che pare scritto di fiato in un tempo concentrato: tra le specialità di questo poeta atipico è la sua carica di responsabile del Circolo dei Viaggiatori nel Tempo. Lo sa fare anche nella cronologia dei suoi versi.
Qui inizio con quelli molto forti, a tratti lancinanti con cui il poeta rivive la propria nascita. La poesia è intitolata A mia madre, e lungi dalla caduta nel sentimentale che il soggetto può certamente favorire, non esprime alcun sentimento idillico, ma il senso creaturale e cosmico di ringraziamento alla vita e di stupore. Lo spirito è quello di Francesco nel Cantico delle creature, il background, l’eco forse inconsapevole, le poesie sulla nascita del grande Dylan Thomas, Vision and Prayer e I dreamed my genesis.
Credo che Thomas e Whitman siano i due dioscuri, nonché poeti di culto del viaggiatore nel tempo che apre il suo libro con questi versi di vera pietà cosmica.
A mia madre
Ti ho visto in faccia in quella stanza
io sporco di sangue e muco
tu stravolta e curiosa
Ho tentato di dirti che non ero sicuro
di voler restare fuori di te
ma le parole che avevo in testa
nella mia bocca si impastavano male
Avevo appena imparato che tutta la vita
sarebbe stata ipocrisia e paradosso
ti avevo appena fatta soffrire
ti avevo fatto sanguinare
eppure ero io a piangere e tu a sorridermi
Ti ho visto in faccia in quella stanza
mentre mi portavano via
C’era troppa confusione
per dirti quanto fossi felice
di poter finalmente dare un viso
al ventre che mi aveva ospitato
E più tardi con i miei colleghi
si discuteva di reincarnazione,
di eterno ritorno, dei cicli di Vico
ma non vedevo l’ora di rivederti
e di conoscere il tuo uomo e vostro figlio
dei quali sentivo la voce ovattata e lontana.
Ti ho visto in faccia in quella stanza
e darei tutto quello che ho per ricordarmene.
Claudio Pozzani
(Da Spalancati spazi, Passigli editore)